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Notizie20.02.2009

Obama innesta la retromarcia

Gli USA alla vigilia di un cambiamento radicale nella politica della protezione della vita

George W. Bush può non piacere. È possibile considerare la guerra in Irak una catastrofe. Si può addirittura giudicare la presidenza Bush in tutto e per tutto infelice. E pur tuttavia c’è un fatto che va riconosciuto: per la protezione della vita di esseri umani non ancora nati, Bush ha operato di più che qualsiasi altro capo di stato. Se qualcosa di ciò si manterrà, è piuttosto incerto. Poiché con Barack Obama gli USA hanno ora un presidente che si batte per un preteso «diritto» all’aborto – all’aborto fino al 9° mese.

Autore: Stefan Rehder

Nessun capo di stato USA si è impegnato altrettanto energicamente quanto George W. Bush per la protezione di esseri umani non ancora nati. Non solo il 43° presidente degli Stati Uniti (2001–2009) ha incluso l’espressione «cultura della vita» nel suo repertorio, ma alle parole ha dato seguito con i fatti.
Esempio aborto: subito dopo la sua elezione, Bush abrogò con la cosiddetta elezione, Bush abrogò con la cosiddetta «Mexico City Policy» i fondi di sostegno alle organizzazioni non governative attive per la propagazione degli aborti nei paesi in via di sviluppo. Nel novembre 2003 firmò il «Partial-Birth Abortion Ban Act», che proibiva gli aborti a nascita parziale, particolarmente atroci. Questa legge fissava, per la prima volta dopo 30 anni, un limite alla normativa di legge sugli aborti negli USA. Le reazioni dei fautori dell’aborto furono in corrispondenza violente. In tre stati dell’Unione, essi riuscirono addirittura, tramite azioni giudiziarie, ad invalidare per un certo tempo la legge. Però Bush non cedette, e nella nomina dei giudici per la Corte Suprema USA, si impose con il mandato a John Roberts e Samuel Alito, due giudici ad orientamento «pro life». Uno sforzo ripagato: nell’aprile 2007 la «Supreme Court» abrogò i verdetti dei tre singoli stati e provvide così a chiarire le cose in tutto il paese.

Serio impegno. Oltre a tutto questo, il «Born-Alive Infants Protection Act» dell’era Bush obbligava tutto il personale attivo in campo medico alla protezione dei bambini nati vivi. Da allora, la «correzione» a posteriori di aborti «falliti» è proibita per legge. Il suo effetto fu che durante la prima presidenza Bush, le uccisioni dei bambini avanti alla nascita in USA diminuirono, passando da circa 1,6 milioni a circa 1,1 milioni.
Anche nella difesa degli embrioni, Bush mostrò un serio impegno. Nel 2001 ridusse drasticamente i fondi destinati alla sperimentazione sulle cellule staminali embrionali. Allora, le sovvenzioni statali potevano essere ricevute in USA esclusivamente da chi lavorava su linee di cellule staminali da embrioni umani coltivate là prima del 9 agosto 2001 – per una nazione dall’attività di ricerca così sviluppata come gli USA, una limitazione enorme.

Il veto di Bush. A livello delle Nazioni Unite, gli USA sotto la guida di Bush tentarono di istituire una proibizione mondiale di tutte le forme della clonazione umana, però fallirono in seguito all’esacerbata opposizione degli europei. Nel proprio paese, durante il secondo periodo presidenziale di Bush i democratici, che non erano d’accordo con la sua biopolitica, fecero approvare dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato una legge destinata ad abolire le limitazioni degli incentivi statali per la sperimentazione sulle cellule staminali embrionali. Bush impedì tuttavia, con il primo veto della sua presidenza, nel luglio 2006, che questa proposta divenisse legge.

Obama: «pro choice». Tutti i progressi nella protezione della vita conseguiti durante l’era Bush sono adesso di nuovo messi in pericolo. Poiché l’abile quanto carismatico Barack Obama è dichiaratamente «pro choice»: un veemente fautore di un preteso «diritto» all’aborto. Nella competizione elettorale per la carica di senatore dell’Illinois nell’anno 2004, Obama si presentava con l’argomento di aver condotto da oltre dieci anni una lotta a favore del «diritto» all’aborto. Infatti aveva per esempio votato contro una legge che sancisce il diritto di informazione per i genitori di una figlia minorenne intenzionata ad abortire.

«No, we can’t». Come nuovo presidente degli Stati Uniti, Obama ha annullato, pochi giorni dopo il suo insediamento, la «Mexico City Policy». Adesso, alle organizzazioni fautrici dell’aborto affluiscono di nuovo i fondi statali USA. Con Hillary Clinton, poi, ha nominato a ministro degli esteri una delle persone promotrici del «Freedom of ChoiceAct», una legge destinata non solo ad abrogare tutte le limitazioni all’aborto conquistate dall’amministrazione Bush, ma anche a proibire al personale medico e infermieristico il rifiuto di partecipare all’uccisione di bambini prima della nascita per motivi di coscienza. Last but not least, Obama ha anche già decretato ora, 9 marzo, di destinare di nuovo denaro dei contribuenti alla sperimentazione sulle cellule staminali embrionali. – «Yes, we can»? Riguardo alla questione della protezione della vita è ovvio che per il 44° presidente USA vale piuttosto: «No, we can’t.»

 

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